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Pubblicato da: comeilmare | novembre 24, 2012

Viaggio al centro della stella

Il Pentagramma è probabilmente il simbolo più controverso della storia dell’uomo e, tuttavia, anche il più presente.

Ha accompagnato l’uomo nella ricerca spirituale sin dal primo momento in cui egli ha alzato lo sguardo verso le stelle per trovare le risposte alle domande sul Divino.

E’ appartenuto a generazioni di sacerdoti, maghi, matematici, astronomi e astrologi coprendo migliaia di anni di storia e diffondendosi nelle culture di tutto il mondo.

Con questo saggio si vuole finalmente rendere giustizia alla stella che ci ha sempre guidati verso la Conoscenza più alta.

E seppur spesso mal interpretata, eccola giungere di nuovo a noi con la luce del sapere che da sempre la contraddistingue.

Attraverso questo libro capirete la sua origine, il suo significato più profondo e tutto ciò che lega il Pentagramma all’idea di perfezione e magnificienza.

Conoscerete il suo lungo percorso accanto all’uomo a partire dalle prime forme linguistiche fino alle moderne stelle di Natale.

E, alla fine di questo incredibile viaggio, lo vedrete certamente sotto tutta un’altra luce.

Pagina facebook dell’editore:
https://www.facebook.com/anguana.edizioni

Autrice del libro:
Monica Casalini

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Pubblicato da: comeilmare | settembre 25, 2012

Una vacanza relax Koh Samui

Nora Beach Resort

Prendo come scusa che Rino ha bisogno di qualche giorno di riposo e prenoto 5 giorni e 4 notti di vacanza a Koh Samui 🙂
Partiamo da Singapore mercoledì dodici. Voliamo con la Bangkok Airways “compagnia boutique”; all’esterno l’aereo è tutto colorato e nonostante la tratta sia breve, ci servono il pasto a bordo. Non riesco a fare a meno di pensare al trattamento che subiamo dalle compagnie italiane.
In un’ora e cinquanta minuti raggiungiamo Koh Samui, l’isola delle palme, che si trova a Sud della Thailandia; 247 km. quadrati di spiaggie, entroterra con foreste pluviali rigogliose, vita notturna attraente e atmosfera rilassante.
L’aereoporto di Samui è un gioiellino, tutto all’aperto sembra un villaggio turistico. E’ circondato da palme, corsi d’acqua, ponticelli in legno, fiori multicolori. E’ vicino al mare ed è tenuto benissimo. Come inizio non c’è male.
La guida è a sinistra, c’è meno traffico che a Bangkok e a Puket, ma l’incoscienza dei locali è la stessa. Sui motorini viaggiano anche in quattro e tutti sono senza casco.
Per il soggiorno, alloggiamo al Nora Beach Resort che ha la classica struttura in stile Thai, Rino è soddisfatto della scelta.
L’hotel è situato direttamente sulla spiaggia a Nord di Chaweng in una zona decisamente più tranquilla rispetto al centro, si può uscire dal bungalow o dalla stanza direttamente in spiaggia.
Anche la piscina è sul mare, come pure il ristorante dove ci servono la colazione. Veniamo trattati come “un re con la sua regina”, ci sentiamo come se fossimo gli unici ospiti del resort.
Chaweng e Lamai Beach si trovano sulla costa Est e sono le più frequentate, mentre Bophut, Big Buddha, Maenon e Choeng Mon Beach sono a nord dell’isola e sono più tranquille.
Sul lungomare non mancano i ristorantini che, al calar del sole, mettono i tavoli direttamente in spiaggia e si può cenare al lume di candela con piatti di ottimo pesce fresco servito anche a peso.
Chaweng Beach è la più bella e lunga spiaggia di Koh Samui, la zona nord, dove si trova il Nora Beach Resort, è più tranquilla e, grazie alla vicina isoletta di Koh Matlang, è molto pittoresca. Il mare è il Mar Cinese Meridionale.
In questo periodo, purtroppo, i fenomeni di bassa marea ci costringono a camminare per centinaia di metri con l’acqua sempre alle ginocchia prima di poterci immergere, la temperatura è gradevole e soffia un leggero vento.
Alle sette e mezza del mattino io sono già in riva al mare a passeggiare, parlo col mare, scatto qualche foto; a quest’ora ci sono solo le donne dei pescatori che, sin dall’alba, scavano buche profonde nella sabbia alla ricerca dei vermi che serviranno da esche.
Rino mi raggiunge per la colazione che gustiamo seduti al tavolo più vicino al mare godendo della vista.
Il sole va e viene tra le nuvole, penso che è un bene, poichè, quando c’è, scotta parecchio ed è impossibile resistere per più di pochi minuti.
Pochi venditori ambulanti, per niente invadenti, offrono souvenier, cibo e bibite.
A pranzo facciamo uno spuntino leggero con succo di frutti tropicali freschi al bar della piscina. Il ragazzo del bar si chiama “Rin” (ahaha), ci informa che è un soprannome, il suo nome Thai infatti è impronunciabile.
Di pomeriggio, sul tardi, ci concediamo un’ora di “aroma oil massage” alla spa dell’hotel, in sottofondo si sente il rumore delle onde che si infrangono sulla battigia.
Con lo shuttle bus in cinque minuti siamo in centro.
Qui, la sera, inizia il divertimento dello scegliere: dove e cosa mangiare, dello shopping (trattare il prezzo con un sorriso è obbligatorio), del dove bere un cocktail in uno dei tanti go-go bar, del dove vedere uno spettacolo di cabaret dei lady-boys simpaticissimi ecc.
Abbiamo voglia di pizza e un ragazzo italiano ci dice che la pizza è buona al “Dolce Vita”. Ci fidiamo, ma la pizza è appena passabile, mentre la birra Singha è buona come ce la ricordavamo.
Acquistiamo le cartoline e giriamo per i mercatini notturni curiosando qua e là. Per il rientro prendiamo lo sougthun che altro non è che un pick-up cassonato, coperto, attrezzato con due panche nella parte posteriore adibite al trasporto passeggeri. Una corsa per due costa 100 bath con il taxi sono 300 bath.
Il giorno seguente è la fotocopia del primo. Variano: la spa per il massaggio che facciamo in centro a Chaweng e il ristorante.
Ceniamo in un posto Thai dove cucinano tutto sul barbeque. Io prendo un piatto tutto a base di pesce, gamberoni e granchio; Rino tutto di carne. Ogni tanto passa un gippone publicitario con enormi altoparlanti che invita ad un incontro di thai-boxe che si disputerà:” tomorrow night”!.
Sabato mattina il cielo è grigio e pioviggina. Optiamo per un tour dell’isola che acquistiamo alla reception dell’hotel.
Ci vengono a prendere alle undici, per cui facciamo un’abbondante colazione con il pensiero di saltare il pranzo.
La prima tappa è al View Point, un punto panoramico con vista mozzafiato e terrazze a picco sul mare.
Ripartiamo e arriviamo alla spiaggia di Ao Bong Nam Cheut dove ci sono le rocce Hin Yai o Grandmother e Hin Ta o Grandfather.
Sono rocce che, erose dal mare per centinaia di anni, hanno assunto bizzarramente e chiaramente le forme dei genitali maschili e femminili.
Per arrivarci attraversiamo anche un grazioso mercatino di souvenir artigianali e atmosfera tipicamente Thai. Mentre sono intenta ad acquistare un gufo intagliato nel legno, dal soffitto mi cade sulla schiena un piccolo geco. Al momento non ho capito cos’era per cui il primo impulso è stato quello di scrollarmelo da dosso….qualsiasi cosa fosse….poi l’ho visto per terra e ho tirato un sospiro di sollievo.
In dieci minuti a bordo del van raggiungiamo il tempio di What Khunaram dove si trova la mummia di un monaco morto durante la meditazione venti anni fa. Gli hanno messo un paio di occhiali da sole neri per coprirgli gli occhi che mi sono sembrati fuori luogo, per il resto fa davvero impressione.
A un paio di km da Lamai c’è il villaggio Malese, qui addestrano le scimmie a raccogliere le noci di cocco in cima ad altissime palme.
Assistiamo ad una dimostrazione e ci dicono che l’esportazione dei coconuts è fonte di ricchezza per l’isola al pari del turismo.
Le cascate di Nam Tok mi piacciono davvero tanto, sono altre una ventina di metri, sono suggestive e formano un laghetto profondo in mezzo alle rocce dove il salto dell’acqua termina la sua caduta. Alcuni ragazzini del posto si tuffano e nuotano, mi piacerebbe provare, ma non ho vestiti di ricambio e l’acqua è di un verde scuro inquietante, perciò rinuncio.
La guida ci concede una ventina di minuti per riposare e fare le foto di rito. Volendo si può anche fare trekking in groppa agli elefanti che, ormai, non vengono più sfruttati per lavorare trasportando legname, ma esclusivamente per far divertire i turisti. Ci assicurano che vengono trattati bene.
La tappa successiva è il Wat Phra Yai o Grande Buddha. La statua dorata è imponente, è alta 12 metri, si trova su una terrazza in cima a una scalinata sull’isolotto di Koh Faan collegato alla spiaggia da un ponte rialzato. Tolte le scarpe, saliamo fino alla statua del Grande Buddha seduto a gambe incrociate in posizione di metidazione. Troneggia sul mare azzurro.
Prima di ripartire facciamo uno spuntino con pankakes alla banana e nutella. Ci vengono serviti caldi e fragranti da una delle graziose venditrici ambulanti che espongono il cartello: “the best pankakes in Thailand”. Rino mi scatta una foto con lei che è felicissima.
L’ultima fermata è alla statua di Jao Mae Kuan Im, in cinese: Kuan Yin, The Goddess of Mercy, la Dea della Pietà e della Misericordia, Colei che ascolta i lamenti del mondo e guarisce coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, la mia Dea preferita.
Ha lo sguardo dolcissimo e colori vivaci. Due belle ragazze del Kazastan ci fotografano con la loro macchina perchè la mia ha la batteria scarica e ho scordato quella di riserva, ci promettono di mandarcele via mail. Che carine!
Rientriamo in hotel al calar della sera e ci concediamo non una, ma bensì due ore di massaggi! Il mio comprende anche mezz’ora di scrub e mezz’ora di massaggio al viso. Invidia?
Super rilassati e profumati ceniamo alle “Scalette”, che è un ristorante gestito da un siciliano trasferitosi in Thailandia 22 anni fa.
Per 1000 bath (25 euro circa) mangiamo: antipasto di pesce, spaghetti ai frutti di mare, grigliata di pesce, birra, caffè; il limoncello e le quattro chiacchiere in italiano sono gratis.
Domenica mattina faccio la solita passeggiata solitaria in riva al mare, scatto qualche foto alle barche dei pescatori ancorate nella baia mentre aspetto Rino per la colazione.
Insieme decidiamo di andare a fare gli ultimi acquisti. Compriamo: una statua scolpita nel legno che raffigura la testa di un Buddha e un quadro in legno con scolpito il volto di un Buddha dallo sguardo languido.
Pranziamo con pizza e birra al “Duomo” per stare leggeri.
Fatto il check out, verso le tre, ci facciamo portare in aereoporto. La differenza di fuso orario vede Singapore avanti di un’ora, per cui arriviamo al Changi alle sette e mezza di sera.

Cosa ha in comune questo viaggio con gli altri fatti in Thailandia?
…..Lo spirito della gente , il loro modo di intendere la vita: gioioso, fiducioso, con il sorriso che dispensano a chiunque. Per i Thailandesi: sorridere, essere gentili è un linguaggio universale. Te ne rendi conto subito e ti accompagna per tutta la permanenza in questo paese. Il loro semplice, ma allo stesso tempo elegante saluto di congiungere le mani vicino al viso, abbassando leggermente il capo, trasmette una serenità a cui noi occidentali non siamo più abituati. I loro lenti ritmi quotidiani nello svolgere qualsiasi cosa, ci fanno dimenticare, almeno per il periodo della vacanza, la frenesia e l’abitudine di guardare l’orologio.
Di Koh Samui posso dire che è il paradiso per tutti: pigri, iperattivi, sportivi, tipi da spiaggia, amanti dello shopping, della buona cucina, cercatori di pace, di cultura, di sregolatezza, di romanticismo, di paesaggi stupendi, cercatori di……qualunque cosa dia un senso alla vita.

Sawadee Ka – Sawadee Krap a tutti.

Take care.

[ Diario di viaggio di Luisella F. ]

Pubblicato da: comeilmare | settembre 11, 2012

Crociere nel Mediterraneo e crociera ai Caraibi

Al giorno d’oggi nel mondo del turismo molte persone  desiderano viaggiare e scoprire nuovi luoghi culturali di vacanze turistiche.

Le agenzie di viaggi e le compagnie di crociere  offrono vantaggiosi prezzi e servizi  di viaggi marittimi o fluviali per ogni tipo di clientela.

Le migliori compagnie di navi con  personale di navigazione, e personale di bordo qualificati al servizio clientela, accolgono il confort e i  servizi per vivere una crociera  felicemente indimenticabile.

Ci sono diverse destinazioni con le crociere marittime e fluviali, la crociere nel mediterraneo e la  crociera ai  caraibi , negli ultimi anni hanno avuto grandi successi, le crociere verso queste destinazioni caraibiche e nel mediterraneo riservono un clima favorevole , piacevole temperatura,in viaggio alla  scoperta  paesaggistica e culturale.

Le crociere offrono la possibilità di visitare  paesi di partenza e i paesi di destinazione con tour verso città molto belle come Roma, Napoli, Barcellona, Parigi, Ciprio, Egitto, Russia, e tante altre destinazioni…

Le crociere nel mediterraneo soddisfano anche coloro che amano il mare,le  magnifiche spiaggie , il relax..

A bordo delle crociere si praticano  diverse attività sportive,centri di benessere, massaggi ,bagni, giochi acquatici, nuoto,volley ,football, tennis,fitness.

I viaggiatori a bordo delle crociere  vivono un ambiente di benessere,divertimento,scambi di vita sociale,serate di musica,balli,giochi,animazionie,divertimento…

La clientela dei viaggiatori è molto vasta, viaggi di divertimento, viaggi organizzati, viaggi di nozze, famiglie, artisti, cantanti, persone famose, viaggi di piacere…

Crociera fluviale con destinazioni su famosi fiumi come quello di Parigi La Senna. La crociera sulla Senna permette di ammirare tutta la bellezza della città di Parigi, la meraviglia e la grandezza dei suoi monumenti storici, un vero è proprio tour panoramico .

Crociera  su volga : il volga in Russia  unisce una visita tra Mosca e San Pietroburgo, le due città offrono magnifiche vedute di laghi, vie d’acqua e fiumi affascinanti.

Il viaggio offre ai viaggiatori di ammirare l’isola di Kiji, la cattedrale di KAZAN, la famosa piazza rossa di interesse culturale.

Pubblicato da: comeilmare | agosto 2, 2012

Conosco le Marche grazie a Matteo

Matteo Montesi da CastelfidardoLui per me oramai è come Truman (dal film Truman Show).
E’ come seguire una vita strana, parallela, il vero reality…quello sulla strada…quello fatto di pensieri, di parole, di momenti intensi, di altri senza senso, di altri ricchi di amore verso gli animali, di altri ancora pieni di dolore o anche di risate involontarie.
Matteo è un mix.
Non lo saprei definire. Lui è fatto a suo modo e a suo modo racconta la sua storia.
La gente ride di lui, a volte anche io lo ammetto, ma forse è la gente che ride, si emoziona, si incazza, si incuriosice… quella che davvero lo conosce meglio e lo sa apprezzare per il personaggio che è diventato.
Un ragazzo forse sfortunato, che combatte come il Don Chisciotte contro i mulini a vento. Mi piace immaginarlo così… e spero di non esserne deluso, perchè voglio credere che ciò che dice, ciò che fa e ciò per cui lotta sia per lo meno sincero.
A Matteo si può dar ragione così come lo si può non condividere nei suoi pensieri. Io ad esempio non credo in Dio e lui mi definirebbe “imbastardito” forse ^_^ ma non mi importa, perché nei suoi occhi vedo semplicità, desiderio di essere ascoltato da qualcuno e accettato, richieste continue di attenzione che nascondono tanta solitudine, la stessa che Matteo descrive in ogni suo upload su youtube.
Spesso mi porta attraverso la sua amata terra. Da Castelfidardo a Numana, da Sirolo a Loreto, tantissime sono le sue mete, i suoi giri e i suoi racconti. Quando lo seguo mi sembra di essere proprio lì, anche se non conosco quei posti in qualche modo mi sono amalgamato a quel modo di parlare misto a dialetto, a quei cibi, quegli scorci magnifici.
Con Matteo ci si può trovare a piangere in una stanza o in un tubo, oppure a ridere con un amico o tra la folla. Ci si può aggirare per i vigneti a gustarsi l’uva di soppiatto oppure a sentire quasi i profumi tra le pinete o tra i campi di grano.
In moltissimi video lui ti parla di un pò di storia, che anche se non è del tutto perfetta o a tratti inventata, tu la stai ad ascoltare e a lunghi sorsi un pò prende e ti coinvolge.
Probabilmente senza Matteo la città di Castelfidardo manco la conoscerebbe il mondo.  Il sindaco dovrebbe fargli un monumento come quello del suo amico Pardo, sempre fedele in mezzo al parco, statuario… immobile… silenzioso.  😀
Matteo “bucca drento le case” quando vuole scoprire ciò che di misterioso avvolge altre storie, si butta a capofitto dentro lo stupendo mare del Conero quando cerca libertà e lontananza dai pensieri, si racchiude in sè stesso e quasi piange quando tutto quel mondo che vorrebbe raggiungere gli è ostile.
I suoi viaggi sono fatti di camper anni 70 mezzo scassato sulle strade verso Roma, sono fatti di passeggiate tra le montagne ed interminabili monologhi, sono viaggi semplici, all’apparenza banali… ma ricchi di quella “normalità” che qualche volta ti sorprende. Così un’inquadratura su un insetto, una rincorsa tra le mucche, un muso di un cane sull’obbiettivo. Non ci sono copioni stabiliti, non c’é premeditazione quando si va alla scoperta di qualcosa.
In questi ultimi mesi le Marche sono anche Matteo e Matteo è parte delle Marche.
Lui è famoso. Un personaggio del web cliccato e visualizzato dei tempi moderni. Di lui si parla bene o male…ma si parla…questo è ciò che conta in una storia.
La sua è un viaggio folle ma al contempo trasparente. Perché Matteo è così… come quando Truman sorride di sfuggita davanti alla telecamera….

[ Matteo Montesi: http://www.youtube.com/HANTEUS ]

Pubblicato da: comeilmare | luglio 26, 2012

Felice nuovo viaggio a tutti!



Felice nuovo viaggio a tutti!
Buone vacanze di cuore a tutti i viaggiatori.

Grazie per la vostra collaborazione
e per il vostro costante supporto!

Dai nuovi viaggi naturalmente attendiamo nuove storie,
nuovi diari emozionanti 😉

Have a nice trip!

Pubblicato da: comeilmare | luglio 26, 2012

UCRAINA CAPITOLO III: Stanotte c’eri tu nel mio sogno

Viaggiare è vivere in altri panni per un po’, è cambiare completamente le proprie abitudini e mettere da parte i propri vizi per adattarsi alle varie situazioni inaspettate, è mettersi alla prova continuamente per capire come la nostra mente possa reagire a certi stimoli e il proprio corpo a certe privazioni. Insomma da un certo punto di vista si smette un ruolo per assumerne un altro, quasi come nel D&D, come i cosplayer… almeno è così che io intendo il viaggio… e di per sè tutto ciò è spiazzante, figurarsi poi se ci si trova a viaggiare in un luogo dove l’ordine delle cose è ribaltato e dove alla fine la cosa più assurda appare normale. Così capita che quando si chiudono gli occhi la sera si cerca un po’ di conforto familiare a casa e la mente inconsciamente vola alla famiglia, agli amici, agli oggetti riconoscibili come parte della nostra vita quotidiana. Ogni sogno porta con sé tanti volti, parole, suoni, emozioni che ci riportano a casa. Più o meno ad ognuno di voi potrei dire ‘stanotte c’eri anche tu nel mio sogno’ e più siete più è si intensifica la convinzione che l’Ucraina è un posto davvero sopra le righe…
In Ucraina ti capita di visitare una base missilistica sovietica dove ammirare un enorme missile SATAN (lungo 22 metri) adagiato in un prato e scendere a 20 metri di profondità sedendoti al posto di comando del lancio dei missili con il dito sul pulsante che avrebbe potuto mettere fine alla civiltà occidentale….
Ti capita di viaggiare in macchina ed essere fermato dalla polizia che al posto del pagamento di una multa dall’importo astronomico (spesso inventato) si ‘accontenta’ di una tangente (5/10 euro per i locali, 20/50 per gli stranieri)…
Ti capita di ritrovarti sulla strada verso Odessa e di dover sconfinare in Moldavia per 4-5 chilometri con un fogliettino dato dalla guardia di entrata e da consegnare a quella all’uscita, sempre con il terrore che la polizia di frontiera si inventi qualche cavillo per trattenere te, il tuo passaporto e la macchina a noleggio…
Ti capita di visitare una centrale nucleare dismessa dove la radioattività è diventata un’attrazione turistica.
Ti capita di venire strattonata da un prete ortodosso perché hai osato fargli una foto da lontano (quasi mi strappava la macchina fotografica dal collo) o di ritrovarti un buco nei pantaloni perché ti sei rifiutato di sganciare i soldi (troppi) pretesi da una tassista abusiva avvinghiatasi alla tua gamba per non farti scendere.
Ti capita di precipitarti a vedere la scalinata Potemkin e di trovarla sporca, fiancheggiata da strutture fatiscenti e popolata da uomini con falchi e scimmie al guinzaglio per stupide foto con i turisti (come non pensare a “la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”).
Ti capita di venire fisicamente fermato all’entrata di un negozio perché hai la macchina fotografica al collo, quasi che la gente qui mi creda una spia mandata dal nemico capitalista per rubare segreti o denunciare abusi.
Ti capita di visitare la spiaggia più famosa di Odessa (e probabilmente dell’intera Ucraina) e di trovare un fazzoletto di sabbia sporca, affollata e coronata da casermoni fatiscenti.
In Ucraina ti capita di non aver più voglia di tornare…
Come capita anche che le persone a cui chiedi informazioni ti accompagnino fisicamente a destinazione senza volere niente in cambio.
Ti capita di vedere la memoria del passato onorata e rispettata con decine di monumenti e musei commemorativi della grande carestia degli anni 30, della shoà, dell’eroismo di tanti soldati e civili trattati con tutti gli onori e consegnati agli annali PER NON DIMENTICARE.
Ti capita di essere accolto come un fratello quando dici di essere italiano perché in tanti qui hanno trovato la ‘salvezza’ in Italia.
Ti capita di ammirare la bellezza di ragazze e ragazzi che sono davvero un piacere per occhi.
Il bilancio lo lascio a voi…

[ Articolo di Federica L. ]

Pubblicato da: comeilmare | luglio 12, 2012

Emergency, Cambogia

Simpatizzo da tempo per Emergency perché è un’associazione che ha come scopo l’assistenza medico-chirurgica gratuita alle vittime civili delle mine antiuomo, della povertà e delle guerre, di tutte le guerre e di tutte le vittime, dei buoni e dei cosiddetti ‘cattivi’ (quando di civili cattivi in guerra non ce n’è mai!).

Emergency è un’associazione umanitaria italiana indipendente e neutrale, fondata a Milano nel 1994, giuridicamente riconosciuta Onlus nel 1998, Ong nel 1999 e quest’anno partner del Dipartimento di Pubblica Informazione delle Nazioni Unite. A tutt’oggi ha aiutato 3’000’000 di persone in 13 paesi operando nei luoghi del mondo più colpiti dalla guerra e più poveri di infrastrutture e assistenza sanitaria. Con il supporto di migliaia di volontari e sostenitori Emergency costruisce ospedali, centri di riabilitazione fisica e sociale, posti di primo soccorso e centri pediatrici aiutando chiunque ne abbia bisogno, senza discriminazioni politiche, ideologiche o religiose. In ogni missione opera personale internazionale che forma personale locale fino al raggiungimento della completa autonomia operativa, utilizzando metodi di lavoro e protocolli terapeutici di alta qualità in collaborazione anche con le strutture sanitarie locali.

L’intervento di Emergency in Cambogia mira principalmente al sostegno delle vittime dei milioni di mine antiuomo tuttora sparse sul territorio. Qui non ci sono medici né infermieri, sterminati dai Khmer rossi in nome dell’ideale rurale della loro rivoluzione, e la sanità pubblica non esiste: meno del 25% della popolazione ha accesso all’assistenza sanitaria e non c’è un servizio pubblico gratuito. Quindi Emergency svolge un ruolo fondamentale nel sostenere e dare speranza al popolo gentile.

Grazie all’appuntamento preso ieri, facciamo visita alla Missione che raggiungiamo chiedendo un passaggio ad uno dei tanti ragazzi che scorazzano per la città con i loro motorini-taxi. Saliamo tutti e due sul mezzo: io sono schiacciata in mezzo e fatico a non appoggiarmi all’autista. Sbandiamo pericolosamente e ad ogni buca ci vedo già spiaccicati sull’asfalto. Mi rendo conto del rischio ma penso anche all’ironia del fatto che stiamo andando a visitare proprio un ospedale.

In pochi minuti percorriamo il breve tragitto fino alla Missione al di là del fiume, dove ci accoglie un sorridente Mr Bunlee. Ci presenta Angela, ‘international nurse’ originaria di Gorizia ma che vive a Londra. Gentilissima e disponibile, con un divertente italiano misto a inglese, ci racconta di essere qui dal 18 settembre, domani saranno due mesi. Ci prende subito a cuore perché forse per lei averci intorno vuol dire tirare un po’ il fiato dopo le prime durissime settimane di acclimatamento in una terra così disorientante. Adoro il suo modo garbato di rivolgersi a noi e di raccontare di sé e della missione, e sotto la sua timida discrezione intravedo la grande determinazione e la profonda forza d’animo sottese ad una scelta di vita così drastica e profondamente altruistica. Sento una forte empatia nei suoi confronti ma allo stesso tempo una grande distanza perché io non avrei il coraggio di lasciare il nido sicuro di Casa per dedicare la mia vita a chi è meno fortunato. Sono egoisticamente troppo attaccata alle Mie cose e ai miei spazi per scegliere di abbandonarli e ammiro chi invece ce la fa. Penso all’amico S., al suo Perù e al suo grande e folle cuore.

Per prima cosa Angela ci accompagna nel padiglione vicino all’ingresso nell’ufficio del ‘gran capo’ nonché coordinatore sanitario della Missione, il dottor Ognjen Predja. Ci accoglie con entusiasmo, capelli brizzolati, barba incolta e occhialini rotondi, camicia a scacchi, jeans e sandali. È un tipo pratico e schietto che ci dice di essere un medico svizzero in realtà di origine jugoslava ma dato che la Jugoslavia non esiste più e lui non si sente né serbo né croato ha preferito prendere la cittadinanza svizzera: che tipo bizzarro! Anche lui con noi è molto disponibile e ci dice che è qui da due anni e che tra due mesi se ne andrà in Afghanistan, nel cuore del conflitto, per coordinare un altro ospedale di Emergency.

Parliamo di tutto…

… della Missione, fondata nel 1998 a sostegno delle vittime civili della guerriglia che ha imperversato in Cambogia fino agli ani ’90, e ora sviluppatasi e ampliatasi grazie agli aiuti internazionali e alla collaborazione delle autorità locali che il dottore ci dice essere molto disponibili. A questo proposito chiedo con che criterio i pazienti vengono ricoverati qui piuttosto che nei fatiscenti ospedali statali e il dottore mi spiega che esiste una specie di contratto di collaborazione tra Emergency e lo Stato cambogiano, riveduto e corretto ogni due anni, che riguarda finanziamenti, medicinali e attrezzature sanitarie e anche le modalità di accettazione dei pazienti: Emergency accetta tutti ma ricovera solo i casi più gravi e urgenti, mentre gli altri vengono dirottati alle strutture sanitarie pubbliche. Angela sa che quando manda via qualcuno lo spedisce nell’inferno degli ospedali pubblici ma non può fare altro. L’ospedale della Missione infatti è relativamente piccolo e costituito da una struttura ospitante 107 posti letto e uno staff medico internazionale che si avvicenda continuamente. Ora c’è un team francese di otorino-laringoiatra, qualche medico inglese e un chirurgo ungherese di cui Angela tesse spesso le lodi per aver posto rimedio a molte situazioni disperate e aver salvato molte vite. C’è poi una schiera infinita di tecnici (90 persone) e personale di servizio (circa altre 90 persone) che mantiene il complesso in uno stato di efficienza ed igiene a prova di ASL italiana. Angela infatti ci dice che la prima cosa che colpisce i pazienti che arrivano qui, oltre all’ambiente familiare e accogliente, è l’igiene, davvero raro in questo polveroso paese. Per mantenere il complesso sono necessari circa 1-1,5 milioni di dollari all’anno.

… dei pazienti, la maggior parte ricoverati per incidenti stradali (non fatico a crederlo e inorridisco al pensiero del rischio corso poco fa in tre in motorino) e per mutilazioni causate dalle mine, piaga ancora viva soprattutto in questa parte del paese vicino al confine con la Thailandia. Qui si sono rifugiati i Khmer rossi e i loro capi (Pol Pot in testa) quando persero la guerra contro il Vietnam liberatore che avanzava. I Khmer rossi disseminarono in questa zona una gran quantità di mine, senza un piano preciso bensì a caso, quindi le mine sono ancora più difficili da individuare e ci si può imbattere in esse ad ogni passo. Il dottore ci dice inoltre che alcuni gruppi terroristici tuttora minano i territori con ordigni sempre più sofisticati e devastanti. La guida Lonely è molto chiara a questo proposito: non lasciare le strade principali, seguire sempre percorsi già battuti e non cercare a tutti i costi l’avventura selvaggia nella giungla perché il prezzo da pagare potrebbe essere troppo alto. Infatti si stima che sul territorio cambogiano ci siano ancora dai 5 ai 10 milioni di mine inesplose (sono al lavoro tre grandi compagnie sminatrici tra le quali la Hallo Trust inglese) e non stupiscono quindi i numerosi mutilati che vediamo per le strade, soprattutto qui a Battambang. Ricordo che l’Italia è tra le maggiori produttrici di mine antiuomo al mondo.

… dei numerosi casi di malformazioni e di tumori, soprattutto alle vie respiratorie e alle ossa dell’orecchio interno, dovuti all’uso di agenti chimici come il napalm e l’agente orange fatto dagli americani durante la guerra contro il vicino Vietnam: dagli aerei il confine di stato non si vede così chiaramente da generare scrupoli nell’aviazione americana durante i bombardamenti. Tuttora questi veleni mietono vittime e contaminano il sangue delle famiglie fino alla terza generazione… Un bollettino di guerra in tempo di pace!

Emergency a questo proposito fornisce l’assistenza migliore possibile offrendo non solo assistenza medica ma anche generi di prima necessità come spazzolini, ciabatte, doccia calda…, insomma tutto ciò che per noi è quotidianità e invece qui è un lusso. Si cerca poi di istruire quanto più personale locale possibile al fine di rendere un giorno la struttura indipendente dallo staff internazionale che quindi potrà concentrarsi sugli altri 5 punti di sostegno sanitario (Posti di primo soccorso detti FAP, First Aid Posts) che Emergency ha sul territorio cambogiano: piccoli e spartani centri sparsi nella giungla per fornire assistenza anche ai villaggi più sperduti. Nelle campagne e nella foresta infatti sono ancora numerosi i casi di malaria, tubercolosi e mortalità infantile causata da malnutrizione e dissenteria. Toccante il racconto di Angela dell’arrivo qui al pronto soccorso di un neonato in fin di vita, gonfio e tumefatto e per il quale non c’è stato altro da fare che dargli vestiti puliti, un letto e un po’ di pace…

Parliamo poi anche di Gino Strada e della sua possibile futura collaborazione con Angelina Jolie, seriamente impegnata nella causa cambogiana. Non mancano i commenti ironici e maliziosi sul loro incontro che avverrà qui a breve, credo settimana prossima.

E tutta la conversazione con il dottore si svolge con alle sue spalle una lavagna su cui campeggia la scritta:

“To have authority you need to have knowledge”

Poi i visitatori nn.054E e 022E, con tanto di cartellino rosso di identificazione, partono per la visita del complesso con la guida della disponibilissima Angela. Con la videocamera in mano la mia timida richiesta di poter filmare viene accolta con entusiasmo da tutti, consapevoli come me dell’importanza della testimonianza che riporterò a casa.

Ci aggiriamo così tra i colorati padiglioni bianchi e rossi ad un piano che ospitano i vari reparti, collegati da percorsi di ghiaia e ciottoli immersi in un lussureggiante giardino dall’incantevole e pacifica atmosfera: ecco l’isola felice intravista ieri attraverso il cancello.

Cominciamo il giro dalla sala mensa affacciandoci nella vicina pulitissima cucina dove le cuoce ci sorridono un po’ spaesate dall’improvvisa incursione. Poi entriamo nel padiglione che ospita la sala relax, dove i numerosi pazienti seduti a chiacchierare si girano all’unisono verso Angela che ci presenta come due amici italiani venuti a visitare la missione. Nello spiazzo erboso antistante la sala c’è un giovane seduto in disparte con il viso ingabbiato in una complicata rete di ferri e tiranti. Angela ci dice che si tratta della vittima di un incidente stradale che gli ha letteralmente distrutto la faccia e arrivato qui in condizioni disperate. Il chirurgo ungherese però l’ha salvato ricostruendogli le ossa del viso che però è ancora visibilmente deturpato. Il ragazzo si sente a disagio insieme agli altri e Angela ci dice che tende ad isolarsi, come ora, per trovare pace dagli sguardi compassionevoli che anche noi dobbiamo avere impressi sul viso.

Entriamo poi nella vicina casetta dei giochi, della quale Angela è particolarmente orgogliosa e dove ci dice che al mattino i bambini aspettano impazienti di entrare perché questo semplice asilo per loro è come un paradiso dove non devono lavorare né preoccuparsi di finire su qualche mina nascosta. Giocattoli, file ordinate di banchi di legno, disegni colorati alle pareti e una grande lavagna con la scritta ‘apple’. Qui infatti ai bambini viene anche insegnato un po’ di inglese e qualche fondamentale nozione di igiene personale e alimentare. Il tutto in un ambiente confortevole e pulito perché anche la sensazione fisica di familiarità e bellezza è importante per l’apprendimento e la formazione dei piccoli e in generale per la completa guarigione dei pazienti. Anche per questo l’atmosfera che si respira ovunque in questo ospedale è di serena bellezza: Angela ci fa riflettere sull’importanza che anche l’aspetto estetico dei luoghi ha nello stimolare lo spirito e così rafforzarlo per accelerare la guarigione del corpo. La decadente città non manca solo di igiene e assistenza ma anche di conforto per l’anima.

Passeggiamo attraverso il fiorito giardino assorbendo come spugne le parole di Angela e la loro energia benefica: la mente si riempie di continue sagge riflessioni che ci fanno vedere la Terra Gentile dall’inedito punto di vista di chi se ne occupa sacrificando tutto.

Arriviamo davanti al Pronto Soccorso che costituisce anche l’ingresso principale all’ospedale, antistante un cancello nero simile a quello sul  lato opposto del complesso, dal quale siamo entrati. Sulla facciata bianca a capanna con timpano e colonne, campeggia la grande scritta ‘EMERGENCY: Surgical Centre for War Victims’. Qui Angela ci chiede un piacere. Vedendoci armati di cavalletti e sofisticate reflex, vorrebbe che scattassimo per lei la foto del personale cambogiano della Missione da regalare al dottor Predja per la sua imminente partenza, come ricordo dei suoi due anni di Cambogia. Accettiamo entusiasti di poter essere utili anche noi con questo piccolo gesto e di lasciare nel cuore di queste fantastiche persone un po’ di noi. Così Angela chiama a raccolta il sorridente personale locale che si schiera di bianco vestito davanti alla grande scritta, incorniciata da rigogliose buganvillee fucsia. Ci chiede anche una foto insieme e io quasi le salto al collo per l’onore di posare insieme.

Poi entriamo nel Pronto Soccorso, candido e pulitissimo. Noto le pareti piastrellate fino a due metri di altezza e addirittura la pavimentazione rialzata lungo i bordi per facilitare la pulizia evitando l’accumulo di sporcizia tra pavimento e zoccolino. Si tratta di principi costruttivi dettati dalle norme ASL per gli ospedali e le cucine dei locali pubblici che sfido chiunque a vedere sempre rispettate nel nostro paese. Conosciamo il responsabile del Pronto Soccorso che ci accoglie cordialmente in un arioso e luminoso ambiente con lettighe dalle lenzuola candide e un grande bagno, lindo e profumato, dove Angela ci dice vengono portati tutti i pazienti appena entrati in ospedale, per essere lavati e disinfettati. Igiene prima di tutto.

Dalla porta in fondo al locale accediamo ad un corridoio dal quale entriamo nel Laboratorio Analisi: qui la finestra è schermata da una grata simile a quelle di molti edifici in Cambogia che continua ancora a ricordarmi l’S-21… La giovane e sorridente infermiera addetta alle analisi ci spiega che nel sangue dei pazienti si cercano soprattutto malattie veneree come la sifilide e l’HIV, molto diffuse a causa della prostituzione dilagante. Angela ci informa inoltre della carenza di sangue per gli interventi alla quale si cerca di supplire attraverso un’importante campagna di informazione che Emergency sta cercando di far assimilare alle famiglie dei pazienti, invitate a donare loro stesse il sangue necessario per le cure. Su una lavagna vediamo l’elenco delle dosi di sangue disponibili, divise per gruppo sanguigno.

Usciamo di nuovo nel corridoio e entriamo nella porta accanto: Radiologia. Qui Angela ci presenta il tecnico addetto ai raggi X, dicendo quanto lavori bene ma quanto siano comunque esigui i mezzi a disposizioni e costoso effettuare una lastra. È quindi fondamentale utilizzare al meglio le attrezzature disponibili ed evitare tecnologie troppo sofisticate perché eccessivamente costose e bisognose di personale troppo specializzato per farle funzionare. Ci porta ad esempio una lauta donazione anonima concretizzatasi in un sofisticatissimo lettino di ultima generazione dotato di ogni tipo di equipaggiamento. Purtroppo qui non c’è personale in grado di farlo funzionare né soldi per pagarne la formazione. Emergency ha quindi deciso di sostituirlo con un attrezzatura più semplice e meno costosa e impiegare i soldi (tanti) avanzati dal cambio per rifornire ad esempio la farmacia: i pazienti prima di tutto.

Imbocchiamo di nuovo il corridoio che poco più avanti piega a sinistra sbucando davanti al regno di Angela: la farmacia. Ora perfettamente ordinata e catalogata, prima era un caos. È stata lei ad eliminare i medicinali scaduti e a dare un senso alla confusione che due mesi fa regnava sovrana in questo fondamentale reparto dell’ospedale. Camminiamo tra gli ordinati scaffali di metallo e un’orgogliosa Angela ci fa vedere medicine di ogni tipo ma anche spazzolini, rasoi, ciabatte… Emergency fornisce tutto a questa gente che non ha proprio niente.

Procediamo nella visita oltrepassando un grande porta ed entrando nel blocco operatorio. Sbirciamo attraverso la porta che dà alle sale operatorie dove può entrare solo il personale sterile: attraverso le porte basculanti incrociamo lo sguardo di un medico con camice, cuffietta e mascherina verdi.

Procediamo entrando nello spogliatoio dei medici dove Angela spera di presentarci qualche dottore che parli un po’ con noi, mentre incontriamo solo uno scontroso medico del team francese che ci liquida con poche parole.

Entriamo quindi nella sala di terapia intensiva dove abbiamo il primo contato con i pazienti. Per la prima volta mi sento in imbarazzo nel filmare ma Angela mi incoraggia e con il suo speranzoso sguardo mi ricorda ancora una volta l’importanza della testimonianza. Mi incammino, telecamera alzata, tra le due file di letti e anche in mezzo all’estrema sofferenza e prostrazione fisica mi accolgono saluti e sorrisi. Ci fermiamo davanti al letto di un ragazzino tredicenne pieno di tubi e fasciature. Angela ci dice che è arrivato al Pronto Soccorso in condizioni disperate, con l’addome pieno di feci a causa di una perforazione intestinale non curata causata probabilmente da una caduta da un albero. Anche lui è stato operato dal chirurgo ungherese che ha praticamente fatto un miracolo per salvarlo anche se purtroppo non è ancora fuori pericolo. Il ragazzino è ancora intontito dall’anestesia ma quando si accorge di noi trova lo stesso la forza di sorriderci.

Usciamo all’aperto sotto un arioso porticato dove riprendo fiato, negli occhi la sorridente sofferenza del ragazzo. Intorno a noi ci sono tante persone in attesa davanti alle degenze: Angela ci spiega che oggi è giorno di visita e che questi sono i parenti dei pazienti: quando usciranno saranno meticolosamente controllati perché i camici rubacchiati qua e là sono preziosi per loro.

Così entriamo nelle sale di degenza, recentemente dotate di nuovi comodi letti con ruote che possono essere facilmente spostati in corridoio durante le meticolose pulizie giornaliere. Qui viviamo il contatto diretto con i pazienti, sistemati in due grandi e luminose sale (reparto uomini e reparto donne e bambini) gremite di vocianti amici e parenti raccolti intorno ai letti. Sorrisi e saluti accompagnano il nostro passaggio, persino da pazienti con entrambe le gambe in trazione sotto il peso di una rudimentale ma efficace tanica piena d’acqua. Ci avviciniamo ad un ragazzo circondato dagli amici che ci saluta gioiosamente mentre Angela ci spiega la condizione critica della sua gamba sinistra, maciullata da un incidente stradale e poi sottoposta a numerose operazioni di ricostruzione di ossa e muscoli. Poi Angela si avvicina al letto di un piccolo bambino solo, con una gamba in trazione. Lo abbraccia, ci gioca e in qualche modo gli strappa un sorriso mentre ci spiega come spesso le insegnanti escano dalla casa dei giochi per occuparsi dei piccoli immobilizzati come lui. Ci fermiamo poi davanti al letto di un giovanissimo padre accompagnato da moglie e figlio, che ci regala uno dei sorrisi più gioiosi della visita benché Angela ci dica rischi di perdere le gambe a causa della setticemia conseguente ad un’infezione non curata e propagatasi nelle ossa. Lo guardiamo parlare con la moglie, anche lei giovanissima, e la serenità familiare traspare persino in questo luogo di sofferenza. Il popolo cambogiano ci appare sempre più incredibile e Angela non fa che confermarcelo ripetendo spesso quanto la stupiscano la pazienza e la sopportazione che i cambogiani sanno dimostrare. Mettere i punti ad un paziente a mente lucida e non sentire un lamento, curare bambini che non piangono mai… È un popolo assuefatto all’accettazione incondizionata del dolore, alla negazione sin dall’infanzia del fondamentale sfogo emotivo del pianto, ad un’idea di vita intesa come sopravvivenza non esistenza.

Usciamo dall’ospedale passeggiando nel giardino con in testa un’infinità di pensieri e arriviamo al padiglione ospitante la sala di Fisioterapia, importantissima per i numerosi mutilati dagli incidenti e dalle mine. Qui un grande cartello dipinto a mano suggerisce al personale locale le giuste posizioni da far assumere ai pazienti affinché riacquistino mobilità e tono muscolare. Angela ci spiega che è difficile insegnare le corrette terapie ai pigri lavoratori cambogiani che infatti troviamo spaparanzati sulle sedie a chiacchierare. Il grande cuore del popolo cambogiano spesso non si rispecchia in iniziativa e solerzia nel lavoro e spesso Angela è costretta ad alzare la voce per farsi ascoltare e smuovere gli animi ricordando l’importanza di una corretta assistenza ai malati che, a maggior ragione in questo reparto, deve essere attenta, precisa e costante. Una sorridente ragazza ci accoglie mentre tenta di camminare appoggiata a due sbarre di legno con la sua nuova gamba artificiale.

Usciamo di nuovo nel giardino raggiungendo la lavanderia con il portico ingombro di profumatissimi panni stesi, e poi la sartoria dove le sarte, al lavoro tra pile di biancheria e di camici, ci salutano con fugaci sorrisi.

Ultima tappa il piccolo inceneritore: la Missione infatti è indipendente in tutto e per tutto e smaltisce da se i propri rifiuti, una vera e propria città (di pace) nella città.

Abbiamo così completato il giro e siamo tornati all’ingresso posteriore dal quale siamo entrati qualche ora fa e dove Emergency ci saluta con una stele eretta in memoria di Ilaria Alpi, giornalista italiana uccisa in Somalia, quale simbolo del sacrificio estremo e del lavoro encomiabile di queste persone eroiche.

Ho ancora mille domande e non vorrei lasciare Angela, ma è tardi, tra poco abbiamo l’autobus per Phnom Penh e anche lei deve a malincuore congedarci e tornare al lavoro. Ci raccomanda di stare attenti nel proseguimento del viaggio, soprattutto sulle pericolose strade, e di salutarle tanto l’Italia.

Arrivederci Angela, grazie e in bocca al lupo.

Temevo questa visita essendo io abbastanza impressionabile ma l’ambiente che Emergency ha saputo creare in questo luogo dimenticato è così familiare ed accogliente che non è possibile non sentirsi a proprio agio e desiderosi di portare la propria testimonianza ovunque ci sia un orecchio pronto ad ascoltarla!

Battambang, 17 novembre 2006


Per saperne di più sul mio viaggio in Cambogia di Federica L.
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=245390
Edizioni ilmiolibro.it – novembre 2006

Pubblicato da: comeilmare | luglio 10, 2012

UCRAINA CAPITOLO II: remembering CHERNOBYL

Il nostro gruppo è formato da due inglesi, noi e una giovane combriccola di svedesi, forse in gita ‘scolastica’ perché furono proprio gli svedesi che per primi diedero l’allarme del diffondersi di pericolose radiazioni nell’aria del nord Europa in quella non poi così lontana fine di aprile del 1986.
Partiamo con un po’ di ritardo perché al momento di salire sul pulmino l’autista è costretto a far tornare indietro metà degli svedesi perché non sono vestiti appropriatamente: scarpe chiuse e pantaloni lunghi, capisco che fa caldo ma l’agenzia è stata chiara.
Un paio d’ore di strada da Kiev passate a sbirciare ogni cartello per vedervi scritto il fatidico nome: CHORNOBYL.  La dicitura Chernobyl infatti è russa e qui dal 1991 finalmente si parla ucraino. Si pensa che sia proprio dal disastro di Chernobyl che lo spirito ucraino sia risorto dalle ceneri di anni di oppressione e abbia infine portato alla tanto agognata indipendenza.
Eccoci finalmente in vista del primo check-point che delimita la zona di alienazione di 30 km intorno alla centrale. Un poliziotto si avvicina con la lista dei nostri nomi datagli dall’agenzia, controlla i passaporti e si sofferma in particolare sui nostri: mi sa che non sono molti gli italiani ad essere arrivati fin qui.
Proseguiamo ed eccoci nella città di Chenobyl, in parte abbandonata, in parte tuttora abitata: guardo i panni stesi fuori dalle case e mi chiedo chi voglia abitare qui o chi non abbia altra scelta. Nel quartier generale delle visite guidate conosciamo la nostra guida, Maxim, un giovanotto carinissimo e brillante che la prima cosa che ci chiede è perché abbiamo scelto Chernobyl e non Santo Domingo, Cuba, il Messico… “It’s just a joke”… Dopo una piccola presentazione della gita e la richiesta della nostra firma sulla liberatoria che in sostanza solleva l’agenzia turistica di Chernobyl da qualsiasi responsabilità in caso di non rispetto da parte nostra delle regole (non avventurarsi da soli e seguire sempre la guida) e di sputtanamento delle apparecchiature elettroniche a causa delle radiazioni, partiamo per il giro.
Visitiamo prima la Chernobyl abbandonata: la posta, il Municipio, la statua di Lenin, lo stadio, la sinagoga (perché questa era una città prevalentemente ebraica), le carcasse dei carri armati con cartelli di “danger radiations” dappertutto. Maxim ci dice di non preoccuparci, che i cartelli sono stati messi lì solo per i turisti (quali??) e di seguirlo vicino ai cingolati. Al che estrae il suo contatore geiger e ci mostra come la radiazione vicino al nostro pullman sia normale (0.13/0.19 roentgen) e di quanto sia enormemente alta avvicinandolo ai cingolati in ferro dei carri armati, i primi mezzi ad intervenire dopo l’esplosione, ci dice. Guardiamo sbalorditi il contatore impazzire con un inquietante bip-bip a 7 roentgen!
Proseguiamo con la visita al vicino lago pieno di carcasse di navi (particolarmente pericolose perché fatte di ferro, materiale che più di tutti assorbe radioattività). Maxim scherza sul fatto che alcune carcasse non ci sono perché se le sono portate via i cinesi per fare le macchine che per questo costano così poco. E’ così che lui affronta la tragedia per sdrammatizzare e strappare una risata ai visitatori spesso attoniti davanti alla desolazione del disastro.
E’ arrivato il momento di vedere i reattori che ci appaiono all’improvviso all’orizzonte di una giornata limpida e tersa con il cielo gremito di suggestive nuvole tridimensionali che si specchiano nel canale che separa i reattori nn. 5 e 6 (in costruzione al momento dello scoppio) dai nn. 1, 2, 3 e il fatidico 4. Lo vediamo avvicinarsi nei finestrini del pullmino mentre Maxim ci invita a non fare foto se non quando saremo arrivati davanti al reattore, e anche lì a non gingillarci troppo ma a puntare l’obbiettivo solo verso il sarcofago: tutto è ancora un segreto in questo luogo universalmente conosciuto come una delle più grandi sconfitte sovietiche dal punto di vista energetico e soprattutto umano. Infatti nessuno divulgò la notizia di ciò che veramente era successo. Agli abitanti di Prypiat, la città a 2 km da qui dove vivevano i dipendenti della centrale con le loro famiglie, nulla fu detto se non la settimana seguente, come nulla sapevano i milioni di abitanti di Kiev che quel primo maggio del 1986 sfilavano per le strade della città per la festa dei lavoratori, quando la radiazione era al massimo della pericolosità. Come ho detto fu la Svezia a dare per prima l’allarme e a fronte dei dati svedesi Gorbacev non ebbe più scampo se non la verità… o la mezza verità che ancora circonda il disastro. Ad esempio qui c’è tanto di monumento alla memoria dei 29 vigili del fuoco che accorsero pochi minuti dopo lo scoppio per spegnere le fiamme di quello che credevano un semplice incendio (morirono tutti dopo pochi giorni di agonia) ma non c’è nulla sulle decine di migliaia di liquidatori che nelle settimane successive lavarono le strutture e raccolsero le scorie intorno al reattore per inglobarle nel sarcofago di cemento e acciaio che vediamo oggi. Potevano stare all’aperto solo 40 secondi e poi dovevano correre a liberarsi delle pesanti tute di piombo improvvisate che poco facevano contro la letale quantità di radiazioni.
Guardo il reattore davanti a me con gli occhi delle molte letture fatte prima di partire e le orecchie a Maxim e al suo contatore geiger che non fa altro che fare bip-bip… Non riesco quasi a credere di essere qui… la mente fatica a collegare la realtà con il sogno, quasi mi trovassi di fronte ad uno sfondo cinematografico non al reale SARCOFAGO DEL REATTORE NUMERO 4 DI CHERNOBYL.
Non sono ancora riuscita a riordinare i pensieri che è ora di andare per raggiungere il cuore della visita, la città di Prypiat appunto, l’ombra della fiorente città che fu. Attraversiamo il ponte da cui Maxim ci dice che gli abitanti videro il fuoco sulla centrale la notte del disastro e ci inoltriamo a piedi tra gli scheletri di cemento della città. L’albergo, la scuola, la biblioteca, la palestra, il cinema, la piscina, il supermercato, il parco giochi: tutto parla di assoluto abbandono e decadenza delle vite e delle generazioni che il disastro si è portato e si porterà via per chissà quanti decenni. Una bambola abbandonata nella piazza, una scarpa ai piedi della famosa ruota panoramica, un cucchiaio nella mensa della scuola, una lavagna ancora coperta di scritte, un montagna di maschere antigas abbandonate qui dai liquidatori (che in realtà poco possono fare contro una tale quantità di radiazioni), un tappeto di libri su cui fatico a camminare, una betulla cresciuta in cima all’edificio più alto della piazza principale.
Maxim ci invita a seguirlo su e giù per gli edifici e a non fare di testa nostra e inoltrarci dove vogliamo perché la radioattività cambia ad ogni passo. Il suo contatore sempre acceso ci mostra la strada alla larga ad esempio da una giostra in ferro del parco giochi o da un accumulo di muschio: non si sa mai dove questa morte invisibile si possa nascondere. Pericolo vero però non ce n’è per noi visitatori ‘temporanei’ e ce lo dimostra la macchina che misura la radioattività di scarpe e mani attraverso la quale dobbiamo passare per uscire dal sito: verde per tutti, siamo sicuri, lindi e puliti, possiamo tornare alle nostre vite tranquilli ma con quel qualcosa di consapevolezza in più che non guasta mai in un mondo che purtroppo si dimentica di tutto troppo in fretta. E Maxim che qui ci lavora tutti i giorni?…

[ Diario di Federica L. ]

Pubblicato da: comeilmare | luglio 4, 2012

www.diaridelviaggio.com

Sito ufficiale de " I Diari del viaggio "

Diari del viaggio finalmente ha una casa tutta sua!!!

Potete digitare l’indirizzo www.diaridelviaggio.com e troverete il nostro blog 😉

Diffondete la voce e condividete più che potete sui vostri profili di facebook… grazie!

E grazie anche per gli innumerevoli accessi giornalieri che fate sul blog e che il nostro team tiene sotto controllo tutti i giorni.
Nella scorsa settimana addirittura 800 accessi!
Per noi é già moltissimo… ve ne siamo grati! ^_^

Quindi viaggiatori, rimanete connessi e se avete qualche diario di viaggio da condividere fateci un fischio e noi lo pubblicheremo molto volentieri 😉

CIAO!!!!

Pubblicato da: comeilmare | giugno 22, 2012

UCRAINA CAPITOLO I: Su questa porta c’era scritto il mio nome

ChernobylL’avventura ucraina fino a questo momento potrebbe intitolarsi proprio così:  su questa porta c’era scritto il mio nome,  frase detta da una donna ucraina che in Ucraina non ci vive più da dieci anni ma che ogni anno torna a sistemare la sua casa nelle campagne in provincia di Xotin, vicino ai Carpazi, vicino alla Romania, a due passi dall’EUROPA.

Lo dice davanti alla porta del suo ufficio nella scuole dove ha prima studiato e poi insegnato tanti anni, ai tempi dell’occupazione sovietica, quando ancora l’Ucraina non esisteva che come una mera regione dell’immensa U.R.S.S. Allora c’erano migliaia di studenti, ora qualche centinaio e erbacce dappertutto.  I giganti di cemento delle costruzioni della scuola sono per metà abbandonati, compreso l’ufficio della donna che quasi si commuove nel vedere alle finestre le tende che lei aveva portato per abbellire un ambiente di lavoro asettico e impersonale.
Il paradosso è che non si parla di un secolo fa ma di soli due decenni: l’anno prossimo infatti la nazione ucraina festeggerà soli 20 anni di vita, incredibile pensarci. L’indipendenza ha portato apertura dei confini, maggiore libertà, a qualcuno soldi e la possibilità di scegliersi una vita migliore altrove. Ma ha anche scaraventato una nazione appena nata e dall’anima comunista nelle braccia implacabili del consumismo più sfrenato che ha trasformato l’Ucraina in tre nazioni diverse, quella ‘senza scampo’ delle campagne, quella delle donne (e uomini) andate all’estero a lavorare che tornando nella loro casa non la riconoscono più, e quella dei privilegiati che se avevano soldi e potere prima oggi nessuno li ferma più, che possono permettersi di pagare un cappuccino 4 euro mentre un contadino guadagna 60-100 euro al mese spaccandosi la schiena a zappare la terra o congelando a -30 gradi nelle fattorie senza riscaldamento.

A questo penso mentre mi fermo a guardare la gente nella piazza simbolo della liberazione ucraina, Piazza della Liberazione a Kiev, immensa e minimalista come solo le grandi costruzioni sovietiche sanno essere, popolata di persone tanto diverse tra loro quanto le mille anime della nazione ucraina: innamorati che si schizzano con l’acqua delle fontane, lavoratori all’opera sulla grande statua che domina la piazza, poliziotti che parlottano guardandosi in giro, studenti che passeggiano libri sotto braccio, donne anziane con scialli sulla testa che portano voluminose sportine, uomini d’affari armati di valigetta e cellulare.
Sull’immensa lastricata di cemento tira un’aria fresca, è un piacere stare al sole a guardare il tempo scorrermi davanti agli occhi e materializzarsi in tutte queste facce. E all’improvviso ecco i cinque giorni passati tra i kolkoz di campagna apparirmi davanti agli occhi come in un sogno, come se non fosse vero il fatto di trovarsi nella stessa nazione, come se la fattoria dipinta di blu elettrico senza acqua corrente non sia a sole 10 ore di autobus ma a anni luce da qui.

Il nostro appartamento a Kiev costa 50 euro a notte, quasi quanto lo stipendio mensile di una delle sorridenti contadine viste chine nei campi ai pieni di enormi girasoli, il cappuccino che ho bevuto stamattina costa quanto pranzo e cena a base di borshch (la tradizionale zuppa ucraina a base di barbabietole), l’asciugacapelli che stasera userò consuma l’energia necessaria per dare almeno un po’ di tepore alle case contadine che non hanno il riscaldamento quando d’inverno la temperatura scende a più di 30 gradi sotto zero, con l’acqua che userò per lavarmi i denti ieri ci abbiamo lavato i piatti di colazione, pranzo e cena, la connessione a internet che sto usando ora è costata migliaia di fughe clandestine attraverso campi di rovi e fiumi infestati di sanguisughe di povera gente in cerca di una speranza di una vita migliore.

Questo il fascino e la bestialità dell’Ucraina di oggi.

[ Diario di Federica L. ]

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